In evidenza: 15 Marzo 2026

Lettera dell’Arcivescovo per la Pasqua 2026

Camminare nella speranza
per non smarrire la strada
e perdersi di coraggio


Il discernimento comporta una fatica. […] Noi non ci troviamo davanti, già impacchettata, la vita che dobbiamo vivere. Dobbiamo deciderla continuamente, secondo le realtà che vengono. Dio ci invita a valutare e a scegliere: ci ha creato liberi e vuole che esercitiamo la nostra libertà. […] Il discernimento è faticoso ma indispensabile per vivere. Richiede che io mi conosca, che sappia cosa è bene per me qui e ora. Richiede soprattutto un rapporto filiale con Dio. […] Dio non impone mai il suo volere, perché vuole essere amato e non temuto. Dio ci vuole figli non schiavi: figli liberi. E l’amore si può vivere solo nella libertà. Per imparare a vivere si deve imparare ad amare, e per questo è necessario discernere: cosa posso fare adesso, davanti a questa alternativa? Che sia un segnale di più amore, di più maturità nell’amore. Chiediamo che lo Spirito Santo ci guidi! Invochiamolo ogni giorno, specialmente quando dobbiamo fare delle scelte (Francesco, Catechesi, 31 agosto 2022).
Lo Spirito fa scoprire gli inganni del maligno, quindi siamo chiamati a discernere continuamente se ci sta conducendo lo Spirito oppure il maligno o comunque il nostro interesse. (Leone XIV, Meditazione ai seminaristi in occasione del loro giubileo, 24 giugno 2025).

Resistere alle lusinghe del mondo

“Rinunciate alle seduzioni del male, per non lasciarvi dominare dal peccato?” (MR p. 186), ci verrà chiesto nella Veglia pasquale, al termine del cammino di conversione della Quaresima. Tale domanda individua il discernimento e il rifiuto del male come dimensioni fondamentali del processo di conversione. Ma quali potrebbero essere, oggi, i principali inganni da riconoscere e da evitare? Tra i tanti, riflettiamo su sette di essi.

L’inganno dell’indifferenza
L’indifferenza è una sorta di “anestesia spirituale”, che spegne il desiderio, indebolisce la speranza e rende la fede un’aggiunta opzionale alla vita. Ci si illude che farsi i fatti propri sia il modo più efficace di stare al mondo, senza accorgersi che così facendo si impoveriscono le relazioni, si prepara il ter-reno al conflitto, si instillano diffidenza e paura dell’altro. Pensare di poter essere felici disinteressandosi degli altri è un grande inganno: infatti “la globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti innominati, responsabili senza nome e senza volto” (Francesco, Omelia, Lampedusa, 8 luglio 2013) e ci consegna a quella solitudine che è la grande epidemia della. società di oggi. Ogni forma di comunità, sia civile che ecclesiale, ne risulta svuotata.

L’inganno di una felicità dipendente dalle cose
La riduzione della felicità al possesso e al consumo è una grande illusione, poiché fa pensare che bisogni interiori possano essere soddisfatti da beni materiali. Il circuito produttivo-commerciale ha bisogno di generare continuamente insoddisfazione, per sostenere l’impulso a procurarsi cose e a consumare esperienze. Da una parte, ciò comporta l’investimento di tempo, denaro, energie… per qualcosa di radicalmente insufficiente; dall’altra implica l’esaltazione di chi è produttivo, sano, bello, vincente… a scapito della fragilità, della sofferenza e del limite, che pure appartengono all’esistenza di ciascuno. Dimenticarsi che la vita è sempre e comunque preziosa, chiude la porta alla speranza evangelica e la sostituisce con “speranze” di breve durata e di scarsa consistenza.

(4ª parte – continua)

 

 


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