Domenica 19 Dicembre 2021

Un incontro fra due donne “speciali”

Rojer Van Der Weyden – Pannello destro del Trittico dell’Annunciazione (1434)


Difficile immaginare due donne più diverse di Elisabetta e Maria. La prima è una donna ormai avanti negli anni, la seconda è giovane.
La prima è moglie di un sacerdote del Tempio e quindi abita in una zona vicina a Gerusalemme (“la montagna”), la seconda vive a Nazaret, in Galilea, ed è la sposa di un artigiano, un falegname. Che cosa unisce, dunque, queste due creature, al di là del legame di sangue?
E’ un’esperienza unica, imprevista, inimmaginabile. Entrambe hanno sperimentato e stanno sperimentando qualcosa di grande. Dio ha fatto grazia e il bambino che portano in grembo è un suo dono. Non semplici “testimoni” di qualcosa che è accaduto fuori di loro, davanti a loro.
Dio sta agendo dentro di loro. Maria, la vergine, prima ancora di andare a vivere con Giuseppe, ha concepito Gesù. Elisabetta, la donna anziana e sterile, è in stato di gravidanza avanzata: Giovanni il Battista ha già alcuni mesi.
La vita di queste due donne è stata radicalmente cambiata dalla loro maternità. Il loro incontro trabocca quindi di gioia e di riconoscenza. Elisabetta costituisce un “segno” importante per Maria. E’ stato l’angelo stesso a dirglielo: “Elisabetta, tua parente, attende un figlio”. E questa è la prova che “nulla è impossibile a Dio”. Ecco perché Maria va “in fretta” a trovare la cugina: per vedere il segno, per trovare una conferma, per aggiungere un altro pezzo a quel progetto che le è stato rivelato, ma che resta ancora avvolto nell’oscurità.
Elisabetta, fin dal primo saluto, proprio perché “piena di Spirito Santo” partecipa al “segreto” di Maria, dichiara ad alta voce ciò che sta accadendo in lei e riconosce in lei “la madre del mio Signore”.
Un incontro fra due donne speciali che non possono fare a meno di lodare Dio per quello che sta operando in loro. Un incontro che, per bocca di Maria, diventa un tornante decisivo della storia di Dio con il suo popolo. Nel Magnificat, infatti, è tutto Israele, l’Israele dei poveri, di quelli che credono alle promesse di Dio, che esprime un inno di ringraziamento.
Come sarebbe bello che anche i nostri incontri, nella vita quotidiana, diventassero simili a questo! Come sarebbe bello se, invece di cedere al bisogno irrefrenabile della chiacchiera, parola leggere che si perde nel vento, noi avessimo l’audacia di riconoscere ognuno quello che Dio sta facendo nella nostra vita e ce lo comunicassimo per raddoppiare la nostra gioia e la nostra speranza!
Come sarebbe bello se, nel linguaggio semplice e piano di ogni giorno, noi dessimo voce alla gratitudine di un popolo che vede i segni di Dio nella sua storia!

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