In evidenza: 1 Novembre 2026

Lettera dell’Arcivescovo per la conclusione della visita pastorale
Quarta parte
Il progetto Seminare dovrà aiutare le comunità cristiane ad accogliere il compito della prima evangelizzazione in una società post-cristiana, per offrire all’uomo e al mondo di oggi il buon seme della Parola. Dovrà indicare percorsi di primo annuncio praticabili in questo territorio e tra la nostra gente, realizzando quell’immagine di Chiesa-in-uscita che Papa Francesco ci ha consegnato, come sintesi del pensiero conciliare sulla vocazione e la missione del popolo di Dio.
Come per Otri nuovi, non si tratta di fare qualche aggiustamento o proporre alcune attività integrative: è in gioco l’impostazione complessiva della vita e dell’agire delle comunità ecclesiali, cosicché la tensione missionaria diventi il criterio di ispirazione, di attuazione e di verifica di tutto quello che si fa e si propone. Il progetto Seminare dovrà integrare in un’unica grande prospettiva missionaria le diverse esperienze esistenti nelle nostre comunità, nella convinzione che la diversità delle storie e delle condizioni delle persone, in una società complessa come quella odierna, necessita di una pluralità di “porte di ingresso” nella Chiesa. La diversità delle proposte non va vista come un problema, ma come una risorsa, anche se richiede attenzione perché tutto converga nella comunione.
La nostra lunga e gloriosa storia missionaria, che ancora oggi coinvolge molte persone e comunità nelle relazioni con le Chiese-sorelle in Africa, in America Latina e in Asia, ci aiuterà senz’altro a individuare le modalità giuste per operare il rinnovamento. Il passato e il presente della missione possono offrirci numerosi stimoli per rivedere le cose che facciamo e operarne di nuove; essa, infatti, presenta un innovativo “modello di Chiesa”, decisamente orientato all’annuncio, anche per ciò che riguarda la destinazione delle risorse della comunità.
Ancor più importate è l’aiuto a riscoprire e rafforzare lo zelo per l’evangelizzazione, cioè il desiderio di condividere il tesoro della fede con chi ne è privo, con la convinzione che sia meglio essere cristiani che non esserlo; che solo l’amicizia con Gesù e la comunione con i fratelli possano introdurre in quella “vita piena e abbondante” (cf. Gv 10, 10) che Dio desidera per i suoi figli.
La conversione missionaria della Chiesa implica non solo la revisione di strutture e attività, bensì il cambiamento di mentalità dei singoli fedeli. Una comunità, infatti, annuncia efficacemente il Vangelo quando il popolo di Dio si nutre della Parola e dei Sacramenti, a cominciare dell’Eucaristia domenicale; quando nella vita quotidiana ciascuno testimonia la differenza che la fede apporta al proprio modo di vivere, lavorare, entrare in relazione; quando i credenti sono animati da un sincero desiderio di incontrare ogni altra persona e di servire i piccoli con amore. Del resto, il cristianesimo si è diffuso grazie alla comunicazione personale e diretta dell’annuncio; questo non cessa di essere vero nell’epoca dei social e dell’intelligenza artificiale, in cui linguaggi e relazioni rischiano di dematerializzarsi e disumanizzarsi. Tutto questo, peraltro, non va visto come una conditio sine qua non per il rinnovamento missionario, che, probabilmente, verrebbe rinviato a tempi migliori; è esso stesso un prodotto della scelta di puntare sull’evangelizzazione: “la missione, infatti, rinnova la Chiesa, rinvigorisce la fede e l’identità cristiana, dà nuovo entusiasmo e nuove motivazioni. La fede si rafforza donandola!” (Giovanni Paolo II, Redemptoris missio, 2).
È decisivo che nella redazione di Seminare investiamo le nostre migliori energie di pensiero e di esperienza, anche andando alla ricerca di buone prassi – le aggregazioni laicali e le realtà di vita consacrata hanno molto da dire – e rivolgendoci a persone competenti, che possano aiutarci a rinnovare la pastorale delle nostre comunità in senso decisamente estroverso.
Il progetto, infatti, dovrà occuparsi di una varietà di aspetti:
• incrementare la capacità di annuncio delle attività ordinarie, che già si svolgono quotidianamente nelle comunità;
• orientare la formazione degli operatori pastorali in direzione di una “revisione missionaria” delle azioni ecclesiali;
• approntare e diffondere occasioni e percorsi di primo annuncio, da realizzare diffusamente nel territorio diocesano;
• mettere a disposizione itinerari di “ricominciamento”, per coloro che si riaccostano alla fede in seguito all’annuncio o in occasione della richiesta di sacramenti per loro o per i figli, con particolare attenzione alle coppie in sofferenza;
• strutturare il catecumenato degli adulti e quello dei ragazzi, che conosceranno sicuramente una crescente diffusione nei prossimi anni;
• curare che in ogni genere di azione caritativa la sollecitudine per i poveri si coniughi con l’impegno ad annunciare loro l’amore di Dio con la parola e la testimonianza di un’accoglienza disinteressata e amorevole;
• valorizzare l’insegnamento della religione cattolica nella scuola come opportunità di corretta conoscenza della proposta cristiana e del suo valore per l’umano, e di incontro con i giovani e le loro famiglie;
• sviluppare la comunicazione e la cultura come forme di dialogo sincero, incontro fraterno e testimonianza eloquente della visione cristiana dell’umano. Si tratta di ambiti tra loro connessi, rispetto ai quali, però, sono necessarie una riflessione puntuale e una sperimentazione coraggiosa.
Una nuova forma per la chiesa
È evidente come Otri nuovi e Seminare richiedano una comunità in grado di disporre di risorse adeguate per porre azioni efficaci, dotate cioè della necessaria qualità in ordine alla proposta e all’accompagna mento della vita cristiana. Una comunità ricca di carismi e ministeri, animata dalla corresponsabilità di tutti i battezzati e dialogante con le realtà vive del territorio in cui è collocata. La parrocchia, per come l’abbiamo conosciuta finora, non è in grado di farlo, soprattutto se parliamo delle piccole e piccolissime comunità in cui la nostra Chiesa locale si frammenta. Nella Visita pastorale ho constatato che nella maggior parte di esse, infatti, non si è in grado di attuare nulla che vada al di là delle pur importanti azioni di prossimità, di alcune liturgie, della pietà popolare e della manutenzione delle chiese; non di rado queste cose vengono realizzate con lodevole impegno, ma con modesti esiti in ordine alla trasmissione della fede e all’evangelizzazione dei lontani, tanto da far seriamente dubitare del futuro della vita cristiana in queste parrocchie.
(Fine 4° parte – continua)
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