Al pozzo di Sicar

Samaritana al pozzo – Artemisia Gentileschi

(Gv 4,5-42)

È lì, al pozzo di Sicar, che si incrocia la strada di Gesù e quella di una donna di Samaria, venuta a attingere acqua. Tutto sembra così casuale, ma il dialogo che nasce porta molto più lontano.

All’apparenza c’è Gesù assetato che chiede e la donna che è in grado di soddisfare la sua domanda. In realtà il primo può offrire molto di più di quello che la sua interlocutrice immagina.

All’inizio Gesù è semplicemente un Giudeo. Un uomo che appartiene a un popolo in contrasto con quello della donna. Un uomo però che si rivolge alla samaritana sfidando le convenzioni sociali e ponendosi addirittura in una posizione di inferiorità nei suoi confronti.
Poi la donna si rivolge a lui chiamandolo “Signore”. Forse la incuriosisce la sua offerta di “un’acqua viva”. L’attira la possibilità di evitare di venire continuamente al pozzo. Per cui è lei, ora, che chiede. Scopre quindi di trovarsi davanti a un profeta, uno che con il suo sguardo scandaglia il profondo dei cuori. La Parola di Dio gli dona un occhio limpido, capace di dipanare la matassa ingarbugliata della propria esistenza.

A questo punto non le resta che raccogliere la testimonianza di Gesù: “Il Messia sono io, che parlo con te”. Ma l’affermazione è troppo forte per essere accolta immediatamente. Ai suoi compaesani la donna presenta un interrogativo: “Che sia lui il Cristo?” Certo, la sua anfora abbandonata sta lì a dire che un cambiamento sta accadendo dentro di lei: le parole di Gesù hanno fatto breccia nel suo cuore, hanno suscitato domande prima nascoste.

Gesù offre un’acqua che solo lui può dare: grazie ad essa la nostra esistenza viene sottratta alla sete cronica che l’attraversa e trova una sorgente che zampilla per la vita eterna. Ciò che è avvenuto al pozzo di Sicar può diventare parte della nostra storia personale. A patto che avvertiamo quella sete che rappresenta il cuore della fede.

(Roberto Laurita)


Orario SS. Messe:

  • Giorni feriali ore 18.30
  • Sabato e vigilia delle feste ore 19
  • Festivo ore 8.30, 10.30, 12 – Ore 17 in Auditorium

Il sabato, dalle ore 10 alle ore 12, Adorazione Eucaristica

In questo orario i preti sono a disposizione per celebrare il
Sacramento della Riconciliazione.
Per celebrare il sacramento della Confessione è possibile anche contattare i preti:
Don Paolo 347 3002895 – Don Francesco  347 8804368

 

Con Gesù sul monte

Raffaello – Trasfigurazione

(Mt 17,1-9)

Quella dei tre discepoli è un’esperienza indicibile: sul volto e sulle vesti di Gesù vedono risplendere la gloria di Dio. Non è causale che questo avvenga proprio tra i primi due annunci della Passione e morte del Maestro. Hanno accompagnato Gesù in questi tre anni, hanno condiviso tutto con lui, fatiche e gioie, momenti di dubbio e di entusiasmo. Sono rimasti affascinati dalle sue parole, hanno assistito ai suoi miracoli. Ora ritengono che stia per accadere finalmente l’instaurazione del Regno, di quel mondo nuovo tante volte annunciato da Gesù. Ma come potrà avvenire se egli parla della sua condanna, della sua passione e della sua morte?

Un’esperienza di luce
È in chiaro contrasto con le parole oscure che Gesù ha pronunciato poco prima. Ora il suo volto e le sue vesti brillano della luce di Dio. Non c’è alcun dubbio: non è un uomo qualsiasi. Il progetto che ha annunciato non può andare in frantumi perché viene da Dio e quindi Dio stesso si impegna ad assicurarne il successo. La presenza di Mosè ed Elia è lì a dimostrare come in lui si realizzino le promesse di Dio. Non è semplicemente un profeta: è il Messia, l’atteso.

Un anticipo e un viatico
È quello che Pietro non può capire. Scambia questa tappa con il traguardo e quindi propone di fermarsi lì. Ma lo scopo della trasfigurazione non è questo: gli eventi decisivi avverranno a Gerusalemme e ad attenderli ci sono i giorni terribili. Per affrontare quelle tenebre ore è offerta la luce!

Un’esperienza di rivelazione
È vero, Pietro l’ha confessato come “il Cristo”, ma poi non ha accettato che Gesù parlasse di sofferenza e di morte. Per lui le due realtà sono inconciliabili con la gloria del Messia. Per questo arriva la voce dalla nube: il Figlio è anche il Servo che soffre. Proprio perché amato, egli è disposto ad amare fino in fondo, a dare la sua vita.

Ascoltatelo!”. È la vera conclusione di questa esperienza straordinaria. È l’invito a seguire Gesù, a lasciarsi condurre dalla sua parola, dal suo esempio. Quando i momenti di grazia hanno termine, che cosa resta al discepolo? La parola e l’esempio di Gesù. Questa luce continua ad accompagnarlo con il suo chiarore e consente di distinguere la via da percorrere.

(Roberto Laurita)


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Le scelte decisive

(Mt 4,1-11)

Gesù si trova nel deserto e viene tentato su ciò che costituisce il fondamento della sua esistenza: il suo rapporto col Padre.

Un uomo avverte bisogni primari come la fame e la sete, la fatica, la sofferenza. Rivelano i suoi limiti e lo espongono a situazioni di disagio. Come ne verrà fuori? In fondo cosa c’è di male se usi il potere a tuo beneficio? La tentazione è forte perché nasconde ciò che lega Gesù al Padre: una fiducia che costituisce il fondamento della sua missione.

E’ la certezza di essere amato, un’esperienza più forte di qualsiasi penuria, di qualsiasi situazione incresciosa. L’unica sua risorsa sarà l’amore per il Padre e per i fratelli.

Un uomo ha paura dei rischi che costellano il suo percorso. Le incertezze della vita, la malattia, il rifiuto, la sofferenza ingiusta. Siamo sicuri che Dio mantenga le sue promesse, che ci scampi dai pericoli, che prenda a cuore la nostra incolumità?
Se tu sei il Figlio di Dio hai diritto a essere garantito, sottratto ai rischi, perché la tua missione risulti un successo e non un fallimento. Ma sei veramente certo che il Padre non ti abbandonerà quando sarai consegnato alle mani degli uomini?

Gesù non può nascondersi i rischi a cui va incontro, ma una cosa è sicura: nulla può incrinare la fiducia totale riposta nel Padre. Neanche la solitudine più terribile, l’angoscia più profonda potranno indurlo a dubitare di quell’amore che è, da solo, la sua protezione. La logica “diabolica” suggerita a Gesù è quella di sconfiggere e umiliare i nemici, di risolvere velocemente i problemi.

A comandare è l’esercizio della forza. Ma non è questo che Gesù vuole essere: adotterà lo stile del servo, che non si impone, che non cerca il vantaggio proprio, ma degli altri, che non si assicura l’incolumità e il successo.

Sarà il servo: colui che non accampa diritti, anche se è il Figlio di Dio, colui che passa anche attraverso le sofferenze più atroci e ingiuste, pur di strappare l’umanità al potere del male.

Le tentazioni che Gesù affronta nel deserto continueranno a emergere durante tutto il suo ministero e raggiungeranno il culmine sul Calvario. Proprio lì, ormai vicino alla morte, lui, il Figlio divenuto uomo per amore, si affiderà al Padre con tutte le sue forze, con tutte le fibre del suo essere.

(Roberto Laurita)


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Una morale decisamente nuova

(Mt 5, 1-37)

Nel vangelo di Matteo il testo che segue la proclamazione delle beatitudini, ci mostra le conseguenze di quel “manifesto”. Viene così alla luce una morale che non aggiunge qualche regola in più a quelle già esistenti, ma orienta a uno spirito radicalmente nuovo. Non è la morale della prescrizione, ma del cuore, e questo inteso alla maniera semita, come il luogo centrale da cui provengono le scelte, le decisioni, gli atteggiamenti, i comportamenti di una persona.

È una zona in cui ci avventuriamo prendendo come sicura bussola la Parola di Gesù. Non è una morale facile, che addirittura abolisce “la Legge o i Profeti”. Quello che viene proposto è decisamente più impegnativo ed esigente. Con queste parole, infatti, siamo condotti a esplorare zone oscure della nostra esperienza umana.

Così Gesù non si limita a proibire l’omicidio, ma attira l’attenzione su tutto ciò che fa morire una persona, anche senza ricorrere alle armi. Basta pensare alla calunnia che ferisce il buon nome di un individuo, alle accuse reiterate che colpiscono là dove uno è più fragile, ai sospetti e ai pregiudizi che tarpano le ali a una convivenza pacifica, alla gelosia che avvelena qualsiasi possibilità di contatto sereno.

Così Gesù non si limita a stigmatizzare l’adulterio, ma accende i fari su tutto ciò che lo precede e in qualche modo lo favorisce.
Tutti i tentativi di seduzione che passano attraverso gli sguardi e i contatti, tutto quello che viene compiuto con lo scopo di preparare e consumare il tradimento. E, a questo proposito, chiede ai discepoli di essere determinati. Non nel condannare gli altri, ma nell’estirpare ogni radice di male che ha attecchito in loro.

Così Gesù non dà per buona la legge che offriva ad un ebreo la possibilità del divorzio, ma considera quest’ultimo un adulterio che contravviene al progetto di Dio.

Anche per quanto riguarda i giuramenti, che spesso chiamano in causa Dio e le realtà più sacre, Gesù esorta i suoi seguaci non solo ad astenersene, ma a renderli inutili. Come? Con un linguaggio franco e schietto, veritiero e privo di pieghe oscure, un linguaggio che, proprio per questo, non ha bisogno di essere avvalorato dal ricorso a formule particolari. Perché la chiarezza del parlare è sinonimo di verità e di autenticità, e la sua mitezza testimonia la bontà che guida il cuore dell’uomo.

(Roberto Laurita)


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Senza ostentazione né timidezza

(Mt 5, 13-16)

Viviamo in un epoca in cui la malattia dell’esibizionismo si diffonde a macchia d’olio. Tutto viene esposto, dato in pasto al pubblico. Anche gli aspetti più intimi e profondi dell’esistenza umana, quelli che dovrebbero essere custoditi con rispetto e senso del pudore. Così la beneficenza, degnamente pubblicizzata, entra a far parte delle strategie di marketing . Fare del bene, sì, ma senza perdere di vista il guadagno che viene da un’immagine buona della propria azienda.

Anche la comunità dei cristiani deve entrare in questa logica per sopravvivere? Deve rilanciare la propria immagine per avere un futuro e per svolgere la sua missione? Il desiderio di efficacia per ottenere risultati maggiori nel minor tempo possibile non ci farà perdere di vista la fecondità del Vangelo?

Il Vangelo di oggi sembra darci un orientamento molto chiaro riguardo alla testimonianza cristiana. Gesù chiede ai discepoli di essere sale della terra e luce del mondo. Non chiede loro di viaggiare compatti per attirare gli sguardi, né di dotarsi della stessa divisa per farsi riconoscere a distanza e fornire un’immagine forte della propria consistenza. Il sale svolge la sua funzione quando accetta di sciogliersi, di scomparire pur di farsi “sentire”. Così dovrebbe essere per i cristiani: dispersi nelle più diverse attività, nei tanti campi della società, ma capaci di far avvertire il “gusto” di Gesù, con il loro stile, con le loro scelte, con i loro gesti.

Gesù domanda ai suoi di essere luce, cioè di non esitare a tracciare strade di libertà, a costo di ferirsi le mani, di pagare un prezzo alto pur di far trionfare la giustizia, di aprire alla speranza, come un servizio mite e fedele al progetto di Dio. Perché vengano riconosciute non le loro capacità, i loro meriti, ma perché piuttosto venga lodato Dio. E’ solo grazie al suo amore che gli uomini e le donne possono costruire spazi di accoglienza, di fraternità, di condivisione e di gloria.

(Roberto Laurita)


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Beati!

(Mt 5, 1-11)

Il Vangelo di oggi ci obbliga a registrare lo stridente contrasto che esiste tra la Parola di Gesù – le Beatitudini – e quello che pensa abitualmente la gente.

La gente dice: “Beati i ricchi, perché si possono permettere tutto e, quando si ammalano, ricorrono alle persone più competenti e alle cure più sofisticate…”

La gente afferma: “Beati quelli che se la godono, perché tutto sembra andar bene: la salute, il successo, le relazioni…”

La gente crede: “Se si vuol riuscire non bisogna essere troppo buoni: chi ha sbagliato deve pagare e non gli si devono fare sconti. Se non si vuole essere imbrogliati bisogna imparare a pensare male…”

La gente pensa: “Quanti si mettono a difendere i deboli, gli sfruttati, gli oppressi, se vengono poi colpiti, fatti fuori, eliminati, in fondo se la sono andata a cercare. E anche per quanto riguarda la fede, non si deve fare i martiri, è meglio adattarsi alla legge del più forte…”

Le Beatitudini – ahimè – mostrano come Gesù non la pensi al modo della “gente”. Egli sottolinea un particolare che non si può ignorare: Dio, il Padre, la pensa come lui e, soprattutto, prende le parti di tutti coloro che, all’apparenza, più che “beati” sembrano “sfortunati”.

Perché Dio non è neutrale: Dio si schiera e non ha dubbi in proposito. Lo ha dimostrato quando ha preso nelle sue mani la sorte di Israele, schiavo in Egitto, liberandolo dai soprusi del faraone e spianandogli la strada verso la libertà.

Ed è questa, in fondo, la ragione delle Beatitudini. Coloro che oggi paiono sfortunati, dei poveri illusi, in realtà sono i veri vincitori. Hanno investito la loro esistenza, le loro risorse, sulla Parola di Gesù e sono sicuri di non essersi sbagliati.

Gli altri, alla fine, si accorgeranno, purtroppo, di aver sbagliato tutto.

(Roberto Laurita)


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Quando Dio agisce

Quando Dio agisce

(Mt 4, 12-23)

Quando Dio agisce le cose cambiano veramente perché egli si limita ad “aggiustare”, a sistemare, ma fa apparire il nuovo, l’inatteso anche dove le condizioni sembrano meno favorevoli.
La Galilea era una regione della Palestina che aveva avuto da sempre una storia disgraziata: luogo di scontri, di battaglie, di spargimenti di sangue, ma anche un luogo di passaggio di eserciti arroganti, pronti alla conquista, e di gente umiliata e vinta, sulla strada della deportazione.
Anche all’epoca di Gesù il passato continuava ad avere il suo peso.
La presenza straniera pagana, continuava ad essere un insulto per coloro che anelavano all’indipendenza, ma anche per tutti quelli che ritenevano che quella terra, Dio l’aveva data a Israele.

Gesù comincia la sua missione proprio dalla Galilea che, tra l’altro, è la sua terra. Abbandona Nazaret e va ad abitare a Cafarnao, piccolo centro sulle rive del lago di Tiberiade, all’incrocio delle strade carovaniere.
E’ lì che ce lo presenta l’evangelista Matteo. E ci tiene a dire subito che la sua presenza e la sua azione proprio in questa regione costituiscono il compimento di una parola profetica: in questo luogo segnato dall’oscurità per la sua storia travagliata, lui, Gesù, è la luce che squarcia le tenebre.

Poi passa a descrivere la sua missione che viene sintetizzata in un annuncio, accompagnato da gesti di guarigione e di liberazione: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”.

Dio visita il suo popolo, Dio “ora” è presente e agisce. Prende nelle sue mani la sorte dell’umanità. Offre a ognuno la possibilità di veder cambiata la sua vita. Nulla può fermare il suo amore.
Non c’è situazione difficile, drammatica, considerata senza via d’uscita, che egli non possa risanare, riportando la gioia e la pace. Chiede una sola cosa: che ci si fidi di lui, che la nostra vita sia rivolta decisamente verso di lui, che la sua Parola diventi ul nostro punto di riferimento sicuro.

E’ un messaggio semplice, tutto sommato, ma che domanda un’adesione radicale.
Ed è quello che oggi viene chiesto a ognuno di noi.
Il Vangelo, in effetti, ci mette davanti ad un immagine viva di ciò che significa credere: essere disposti anche a lasciare tutto, pur di seguire Gesù.

(Roberto Laurita)


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Il Battista, un testimone autentico

Il Battista, un testimone autentico

(Giovanni 1,29-34)

Giovanni, il Battista, sa di aver ricevuto una missione a termine: preparare la strada all’Inviato di Dio, al suo Messia. A questo obiettivo ha consacrato tutte le sue energie. Non ha perso tempo a cercare abiti eleganti e comodi o a prepararsi cibi gustosi. Tutto ciò che è effimero e appariscente non ha sfiorato la sua esistenza. La sua voce ha raggiunto tutti quelli che credono alle promesse di Dio e sono disposti a riconoscere ciò che li tiene lontani da Lui.

Se ha avuto un certo successo, questo non gli ha dato senz’altro alla testa, non gli ha fatto perdere di vista l’importanza della sua missione e nel contempo anche i limiti che la caratterizzano. La sua parola forte e chiara non ha fatto sconti a nessuno: ognuno è stato messo davanti alle sue inadempienze e alle sue infedeltà. A tutti ha chiesto di compiere un gesto significativo: far battezzare nell’acqua del fiume Giordano. Per chiedere di essere lavati dalle proprie colpe, per potere accogliere degnamente Colui che sta per arrivare, per avviarsi risolutamente verso una vita nuova.

Il Battista non ha chiesto cose impossibili, atti eroici al di sopra delle proprie forze, ma piuttosto di rientrare nei binari dell’Alleanza con Dio, binari tracciati dai comandamenti.

Ora il Messia, l’Atteso, è arrivato. A Giovanni non resta che riconoscerlo davanti ai presenti perché i loro occhi si volgano verso di Lui, perché il loro cuore prenda la decisione di seguire Gesù. Senza tacere la distanza che separa lui, il profeta, da Gesù. Il fatto di averlo preceduto non gli dà titolo per dichiararsi più grande. E’ stato solo il messaggio che annuncia l’Atteso, colui che prepara la strada a chi è molto più importante di lui. C’è una differenza che riguarda chiaramente la loro azione. Giovanni Battista battezza nell’acqua perché si manifesti il desiderio dell’uomo di incontrare Dio. Gesù battezza “nello Spirito Santo”, cioè trasforma l’esistenza di una persona, la introduce in un mondo nuovo, il regno di Dio. E tutto dipende dalla loro diversa identità.

Giovanni è solo un testimone, ed è intervenuto perché Gesù “fosse manifestato a Israele”. Gesù è l’Agnello di Dio: il giusto che muore per peccatori, il servo fedele che va incontro alla sofferenza e anche alla morte. Su di Lui lo Spirito Santo ha posto la sua dimora: a guidarlo sarà sempre lo Spirito. Egli è il Figlio di Dio: nessuno più di lui conosce Dio e può rivelarne il volto.

(Roberto Laurita)


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La mia vita, racconto di Dio

La mia vita, racconto di Dio

(Mt 3,13-17)

E fu annoverato tra i peccatori (Is 53,12): così si presenta Gesù, nel modo più inatteso, in fila davanti al Battista, con i peccatori. E’ davvero il Dio-con-noi che s’immerge, in me, nel mio limite, nella mia solitudine, nella mia fragilità. Colui che non aveva conosciuto peccato Dio lo trattò da peccato in nostro favore (2 Cor 5,21) e lui potrà portare su di se il mio e il peccato di tutti perché non ha nessun peccato proprio. E’ davvero il Dio-con-noi che va così dentro nell’umanità e così lontano, perché nessuno si senta così peccatore e così lontano da non poter essere raggiunto.

Il brano del Vangelo di Matteo è come una miniatura del Vangelo e ne racconta alcune delle verità più alte. Racconta i simboli della Trinità: una voce, un figlio, una colomba; racconta Gesù: il figlio che si fa fratello, che s’immerge solidale nel fiume dell’umanità; racconta l’uomo: un fratello che diventa figlio.

E parla di me, con quelle parole dal cielo: tu sei il figlio mio, l’amato. Sono io il figlio amato, ognuno è il figlio preferito da Dio, Dio preferisce ciascuno. A ognuno ripete: tu porti tutto il mio amore, tu sei mio figlio. Le stesse parole pronunciate su di noi nel giorno del nostro battesimo, quando fummo immersi in Dio.

Ma io continuo a essere figlio solo se vivo ancora di quella sorgente. Dio è davvero la sorgente delle mie parole, delle mie scelte, dei miei giudizi? Se è così, la mia esistenza diventa racconto di Dio; ogni vicenda si fa cristologica, ogni vita parla di Dio: ognuno è un Cristo incipiente, un figlio incompiuto. E ci prende una nostalgia, o un sogno, o una strana passione, comunque un desiderio caldo di fare qualcosa che assomigli a quel: passò beneficando (At 10,38), di cui parla Pietro. E’ la sintesi ultima, consolante della vicenda di Cristo e di ogni nostra esistenza: esistere per Dio, per guarire la vita, per guarire il male di vivere. Desiderio di fare qualcosa che assomigli a ciò che dice Isaia del servo di Jhwh, un miracolo di parole consolanti: non griderà, non spezzerà, non spegnerà (Is 42,2). La vita fragile non è condannata; l’uomo non è spezzato; è invece il cielo, dice Matteo che si spezza, che si apre.
Dio non castiga la fiamma debole, ma la fa diventare luminosa e forte; non condanna la fragilità, ma l’ipocrisia dei pii e dei potenti. Perché l’uomo non coincide con i suoi peccati né la vita con le sue fratture. Il male non è mai rivelatore dell’uomo. Qualcuno vi si è immerso, l’ha portato via, e ora sento solo l’eco di una voce che mi dice: figlio. L’eco di un cielo che si apre. E nessuno lo richiuderà mai più.

(Ermes Ronchi)


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Celebrazione del Battesimo

Le prossime celebrazioni del Battesimo saranno domenica 12 aprile e domenica 14 giugno 2026, durante la Messa delle 10.30.

I genitori che desiderano battezzare il proprio bambino si mettano in contatto con il parroco (Don Paolo: 3473002895)

E il Verbo si fece carne

E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi

(Gv 1,1-18)

Oggi, il Vangelo di Giovanni ci viene presentato sotto una forma poetica e sembra offrirci non solamente un’introduzione, ma pure una sintesi di tutti gli elementi presenti in questo libro. Possiede un ritmo che lo rende solenne, con parallelismi, somiglianze e ripetizioni ricercate, mentre le grandi idee segnano, diremmo, una specie di diversi e grandi cerchi.

Il punto culminante dell’esposizione lo si trova precisamente nel centro, con un’affermazione che s’incastra perfettamente in questo tempo di Natale: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14).

L’autore ci dice che Dio assunse la condizione umana e stette tra noi. In questi giorni Lo troviamo nel seno di una famiglia: per adesso in Betlemme, e, più avanti, con gli altri, in Egitto, e poi a Nazaret.
Dio ha voluto che Suo Figlio condivida la Sua vita con la nostra e –perciò- che passi attraverso tutte le tappe dell’esistenza: nel seno materno, nella nascita e nella Sua crescita costante (appena nato, bambino, adolescente e, per sempre, Gesù, il Salvatore).

E continua: «abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità» (ibidem).
Anche nei primi momenti l’hanno cantato gli angeli: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli», «e pace in terra» (cf. Lc 2,14). E, adesso, nel fatto di trovarsi avvolto nei panni dai suoi genitori: nei pannolini preparati dalla Madre, nell’amoroso ingegno del padre – buono ed abile- che Gli ha preparato un posto così accogliente come ha potuto, e nelle manifestazioni di affetto dei pastori che vanno ad adorarlo, e gli fanno moine e Gli portano regali.

Ecco, come questo frammento del Vangelo ci offre la parola di Dio –che è tutta la Sua sapienza–. Di questa ci fa partecipi, ci offre la Vita in Dio, in una crescita senza limiti, ed anche la Luce che ci fa vedere tutte le cose del mondo nel loro giusto valore, dal punto di vista di Dio, con “visione soprannaturale”, con affettuosa riconoscenza verso Chi si è dato a tutti gli uomini e a tutte le donne del mondo, fin da quando apparve su questa terra come un bambino.


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Preparazione al matrimonio

Sabato 10 gennaio, alle ore 20 (con cena) presso l’Oratorio, inizia il Percorso in preparazione al Sacramento del Matrimonio.

Le coppie interessate si mettano in contatto con il parroco.


Celebrazione del Battesimo

Domenica 11 gennaio 2026 (Festa del battesimo di Gesù) verrà celebrato il Battesimo per tre bambini della nostra comunità.

La celebrazione successiva sarà domenica 12 aprile, durante la Messa delle 10.30.

I genitori che desiderano battezzare il proprio bambino si mettano in contatto con il parroco (Don Paolo: 3473002895)